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Agnese Moro ha incontrato gli studenti di Cometa per raccontare la sua storia e quella di suo padre, Aldo Moro. Nell’aula magna della scuola sono tutti in silenzio, curiosi di conoscere, di ascoltare.

Agnese racconta che l’uomo che il 16 marzo 1978 è stato sequestrato dalle Brigate Rosse, venendo poi ucciso il 9 maggio dello stesso anno, per lei non era un presidente o un simbolo…era “semplicemente” un padre, il suo.
Per me la primavera è sempre un’antiprimavera. Quando le cose rinascono per me c’è anche altro, c’è la morte. Però, in questo periodo accompagnato da una nuvola nera, passare un momento con voi per me è prezioso, è un momento rivolto verso la vita.”

La partecipazione degli studenti è forte e viva, silenziosa e commossa. Le domande per Agnese sono tante e toccanti: perché suo padre di fronte a quei rischi non ha “lasciato perdere”? Come è riuscita ad affrontare il dramma? Come è riuscita a perdonare?

Agnese non si sottrae alle domande, racconta di come il padre avesse sempre avuto “un grande difetto, quello di mettersi in mezzo”: di fronte alle ingiustizie ha sempre deciso di schierarsi in difesa delle persone. Alla base l’idea che “la tua vita non è solo tua, ma la devi usare per il bene di tutti. Perché ogni vita fa la differenza e quindi va spesa nella maniera giusta.”

Parla di come ha “rimesso insieme i cocci”: la rinascita – racconta – è iniziata nel momento in cui è stata in grado di affrontare i suoi “fantasmi”: il padre scomparso, una giovane Agnese ormai persa per sempre, la famiglia cambiata radicalmente dalla tragedia.
Nel tempo ha avuto anche modo di incontrare le persone colpevoli della morte del padre. In questi incontri ha scoperto l’umanità delle persone, anche in quelle che le avevano portato via il padre.
Non parla di perdono, perché “la parola perdono complica inutilmente le cose. Invece è una questione molto umana, ci troviamo come persone, mi appassiono della tua sofferenza e viceversa”: quello che è accaduto in quei momenti – dice Agnese – è stato un incontro tra due umanità che si riconoscono a vicenda e che non possono essere azzerate, neanche dal più grande degli errori.

Agnese ha poi risposto a una domanda difficile, che invita a guardare all’oggi e al domani: com’è possibile andare avanti. La forza l’ha trovata nella fede, nella consapevolezza della presenza viva di Gesù nella propria vita, compagnia che certamente aveva anche il padre durante la prigionia.
È un amore per la vita: “A me piace la vita” – racconta – “ho avuto la fortuna di avere gli occhi”, occhi con cui guardare il mondo e le persone ed accorgersi della loro bellezza e del loro valore.

AGNESE MORO INCONTRA GLI STUDENTI DI COMETA 1 AGNESE MORO INCONTRA GLI STUDENTI DI COMETA 2