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Filippo è nato e cresciuto in Cometa. Lo scoppio della guerra, l’invasione dell’Ucraina e l’esodo dei profughi non lo ha lasciato indifferente. Con cinque amici ha deciso di partire, mettendo da parte i libri e il lavoro appena iniziato, per dare una mano. Anche solo qualche giorno nel fine settimana. L’importante per loro è esserci. Vedere. Rendersi utili.

Prima destinazione Cracovia in Polonia, poi raggiungono il confine con l’Ucraina. Alcuni si fermano per mettersi a disposizione nel trasporto dei profughi e smistarli in altre città. Altri, tra cui Simone, entrano in Ucraina per andare a prendere una famiglia che non ha i mezzi di trasporto e deve uscire dal paese, uno è malato di cancro.

Simone è la seconda volta che viene qui sul confine ad aiutare. Con organizzazioni locali e internazionali partecipa a questa corsa di solidarietà fatta di raccolta di beni di prima necessità e di servizio di trasporto verso il confine. «Siamo entrati in Ucraina per 300 km, abbiamo raggiunto i punti di raccolta delle persone che non sono in grado di arrivare in Polonia autonomamente spesso perché gli uomini che li accompagnano vengono rimandati indietro ad ogni posto di blocco – Simone parla con un tono basso, quasi sotto voce – in questi viaggi della speranza ho visto il dramma di chi improvvisamente ha perso tutto e non sa cosa sarà domani né tanto meno il futuro. Guardando i profughi non c’è tempo per avere paura, vince la voglia di aiutarli, di portarli oltre la frontiera, di metterli in sicurezza». Il pericolo lo si respira a ogni chilometro dopo che si entra in Ucraina, ci sono file lunghissime di chi cerca la fuga a piedi o in auto, soprattutto donne e bambini. «Le “vittime” che subiscono questa guerra – riprende Simone – non sono solo i civili, i profughi, ma anche i soldati sia ucraini che russi. Spesso questi ultimi sono giovanissimi, partiti per un’esercitazione, si ritrovano a sparare a gente inerme… alcuni si fermano». Simone si blocca, guarda in basso, lascia proseguire Filippo.

«In due ci siamo fermati al confine polacco per fare servizio di trasporto, ogni viaggio dura 6 ore tra andata e ritorno. Siamo riusciti a farne 8. La risposta della solidarietà è stata immediata e le organizzazioni presenti per aiutare i profughi sono diverse. Le partenze per i vari Paesi europei continue». Filippo prende fiato per continuare il racconto, la realtà che si è trovato a vedere toglie il respiro. «In tanti chiedono un passaggio, ma spesso non sanno per dove. Non hanno nessuno che li aspetta. Hanno lasciato tutto in fretta per sfuggire alle bombe e si ritrovano proiettati in un viaggio di cui non si sa la meta né la durata. Mentre le persone di una certa età che conoscono già il dolore della guerra riescono a mantenere una certa calma, le giovani mamme scappate insieme ai loro bambini, sono disperate, non sanno dove andare, piangono… hanno lasciato i mariti a combattere e si ritrovano sole, senza niente, ad affrontare questo calvario».

Alcuni volontari si fanno carico dei bambini e cercano di coinvolgerli in qualche attività creativa. Giocano, a volte ridono, ma c’è nei loro occhi un velo di tristezza e disorientamento come di chi non si sente al sicuro e al fondo non sa bene se avere paura o stare tranquillo. Con la coda dell’occhio cercano la mamma, unico punto di salvezza. I ragazzi più grandi sono frastornati. Sdraiati per terra guardano nel vuoto «abbiamo cercato di fare due chiacchiere con loro, ma erano come assenti, distrutti, negli occhi il dramma di un conflitto che ha interrotto amicizie e rapporti e che non ha certo a che fare con il loro mondo».

Filippo e i suoi amici sanno che non sono lì per “salvare” qualcuno «Abbiamo fatto quello che abbiamo potuto. Non siamo andati per fare qualcosa di grande, perché è evidente che quello che puoi fare è un nulla di fronte alla vastità di questo dramma. Volevamo semplicemente esserci. Partecipare. Perché anche se non risolvi tutto, quello che ci corrisponde è il desiderio di accogliere, di abbracciare l’altro cercando di aiutarlo. Non si può rimanere indifferenti anche se sono tante le persone  che si sono mosse e si muoveranno, quello che sta accadendo chiede a me. Io voglio esserci».