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Giancarlo e Marzia hanno passato i sessanta; lui è in pensione e lei insegna. Cometa – così come la rete di famiglie per l’affido sostenute da un’equipe multidisciplinare – è una realtà che conoscono da tanti anni. Scoppia la pandemia e loro decidono di fare il passo: dare la disponibilità ad accogliere. Nel giro di pochi giorni, arriva la telefonata del pronto intervento dell’Associazione di Cometa. Mauro chiede loro di accogliere tre bambini egiziani. Il padre, intubato per Covid, è in terapia intensiva e la mamma, con la saturazione dell’ossigeno bassa, è già in ambulanza, pronta a partire per l’ospedale. Ma non c’è nessuno che si può prendere cura dei tre figli piccoli. Non c’è tempo per grandi pensamenti, Marzia non ha dubbi e dice di sì. Giancarlo, tra i due, è quello che pondera di più le situazioni… ma di fronte allo slancio della moglie si lascia trascinare. «Siamo stati messi insieme per compensarci», scherza «ci bilanciamo e così siamo più realisti nelle decisioni».

Marzia parte immediatamente. La mamma dall’ambulanza saluta i bambini prima che salgano sull’auto. È il 2020, pieno lockdown, del Covid si sa ancora poco, «vaccino» è una parola sconosciuta.

«Tutti, compresi i nostri figli», ricorda Giancarlo «ci dicevano: “Siete pazzi, la gente si barrica in casa per paura dei contagi e voi aprite le porte a persone che potrebbero essere infette?”». Il Covid fa paura, ma Marzia e Giancarlo non si tirano indietro. E poi i bambini sono negativi e stanno bene. Gli amici di Cometa portano immediatamente i generi di prima necessità e mascherine di protezione, al quel tempo merce rara. Giancarlo spiega ai figli il perché di quella decisione: «Mi sono immedesimato con quella mamma: se mi fossi trovato io in quella situazione? Su un’autoambulanza e voi abbandonati per strada, senza nessuno… Non potevamo fare diversamente: abbiamo detto di sì a quella richiesta d’aiuto».

In famiglia il virus si è portato via il fratello, già malato di leucemia, di Giancarlo. Fuori e dentro dall’ospedale. Infezioni, polmoniti, reparto Covid. Per sei mesi non l’avevano visto fino alla notizia della sua morte.

Il giorno dopo del ricovero, la mamma dei tre piccoli sta meglio. La saturazione è ritornata nella norma e i medici decidono di dimetterla. I bambini possono rientrare a casa, ma prima devono fare un tampone di controllo. E questa volta l’esito è positivo. «Così ho pensato: adesso tocca a me. Ci siamo chiusi in una stanza io e mia moglie e abbiamo iniziato la quarantena con una certa preoccupazione» racconta Giancarlo. E invece… «Non ci siamo ammalati. E questo per noi è stato il segno di un di più». Un segno che ha aperto un varco nella loro storia. In università avevano incontrato Mariagrazia e, frequentando lei, i due fratelli Erasmo e Innocente Figini. Erano stati negli anni testimoni della nascita di quella famiglia “allargata”. All’origine di tutto c’era stata l’accoglienza di un bambino sieropositivo, e da lì la decisione di andare a vivere insieme con le mogli, Serena e Marina, per sostenersi e condividere l’affido di altri bambini. Per Giancarlo e Marzia, che abitano a Milano, quella è un’esperienza bella, affascinante, cui guardare «Ho sempre avuto una certa attrattiva», racconta Marzia «di come loro vivevano, non senza problemi, tra figli naturali e in affido». Ma le loro vite erano piene dell’insegnamento a scuola e dei tanti giovani che incontravano e frequentavano la loro casa. E poi i loro due figli naturali: Francesco che oggi sta per laurearsi e Giacomo sposato con due bambini.

Attraverso Ettore, un amico che poi morirà di leucemia, ricominciano a frequentare Cometa. Partecipano all’incontro mensile tra le famiglie che vivono l’esperienza dell’affido condividendo momenti di aiuto e di sostegno e iniziano il percorso di formazione per diventare affidatari. Quando Giancarlo va in pensione e normalmente si inizia la fase della tranquillità, in loro scatta il desiderio di approfondire quel fascino che sempre li aveva accompagnati e rompono gli indugi decidendo di dare la loro disponibilità all’accoglienza. «La bellezza e la ricchezza che avevamo visto non potevamo tenerla per noi. La gratitudine di scoprirsi voluti, amati da qualcuno, ci ha fatto desiderare di guardare allo stesso modo gli altri».

Lara (nome di fantasia) è una bambina di tre mesi, la mamma è morta dandola alla luce. Arriva a casa di Giancarlo e Marzia a fine dicembre. «Con una neonata abbiamo dovuto “ripassare” i gesti che facevamo con i nostri figli quando erano piccoli. E sono ricominciate le notti insonni». Non è facile. Sono ben consapevoli che il loro abbraccio sarà pieno di dolore per il distacco. «Ci chiedono: perché vi andate a cercare questa sofferenza? Ma noi sappiamo che la vita è questa gioia e dolore messi insieme. Non si può fuggire» spiega Marzia e quasi soprappensiero Giancarlo la interrompe: «Del resto anche i figli prima o poi vanno via di casa e prendono la loro strada. Non sono nostri. Senza la consapevolezza del distacco non è amore vero, volergli bene vuol dire lasciarli andare. Vuol dire mantenere quella distanza che ti fa vedere l’altro per quello che è».

Lara  è bellissima, «uno splendore». I medici, che l’hanno avuta in cura, danno indicazioni a questa coppia di sessantenni: «È una bambina che va abbracciata tantissimo». Intorno a Giancarlo e Marzia inizia una solidarietà spontanea dei negozianti della zona. Dalla farmacista alla cassiera del supermercato. «Sapevano quello che stavamo facendo ed erano stupiti quando ci incontravano. Come il pediatra che nonostante non avesse più posti si era reso disponibile a prendere in carico la bambina perché non voleva “perderla”.» Lara ora è stata adottata. Al dolore della partenza, si è affiancata la gioia della famiglia che l’ha presa in adozione. «Forse non abbiamo mai pianto così tanto e allo stesso tempo mai stati così felici». 

Per Giancarlo e Marzia una cosa è chiarissima: non sarebbero mai riusciti a vivere l’esperienza dell’affido da soli. «Senza Cometa e la compagnia costante delle famiglie è impossibile imbarcarsi in un’avventura di questo tipo, anche solo per districarsi tra le tante pratiche burocratiche che si incontrano. Ma è soprattutto la possibilità di incontrare educatori, medici che aiutano a scoprire fin nei dettagli cosa vuol dire accogliere un altro».

«Non ce la siamo andata a cercare. È accaduto tutto quasi per caso… un disegno fatto di imprevisti. Del resto la vita non ce la siamo data noi. Ci affidiamo e ci fidiamo. C’è un positivo che sempre affiora, anche nel dolore».

Dopo Lara, un’altra bimba di due mesi e poi una ragazza madre con il figlio piccolo con un grave problema linfatico… e c’è l’emergenza profughi dell’Ucraina. «Non sappiamo cosa accadrà, ma abbiamo visto che tutto è per un bene. È questo che continuamente scopriamo quando andiamo in Cometa. Per cui ricominciamo ogni giorno».