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Linda ha poco più di vent’anni. Tutte le mattine si sveglia alle 4.30 per andare al lavoro. Un’ora di viaggio in autobus con destinazione Como. Poi una bella camminata sul lungolago fino a Cernobbio. Qui, all’interno del bellissimo parco di Villa Bernasconi, c’è il Bar bistrot Anagramma di Cometa.

Ha iniziato a lavorare per Anagramma con l’insorgere della pandemia. Prima occupandosi della contabilità, e poi, con il sostegno di Marcello responsabile del locale, passando a un ruolo più operativo in sala bar. Proprio in Cometa alla Scuola Oliver Twist ha frequentato il corso di Sala bar e ristorazione e dopo i quattro anni di studi ha iniziato uno stage in un locale di Como. Ma un po’ l’ambiente, un po’ la tipologia di lavoro le hanno fatto decidere che quello non sarebbe mai stata la sua strada.

«Guardando i miei colleghi in sala bar ero invidiosa di quello che facevano, come stavano insieme, il rapporto con il cliente, l’accoglienza…». Insieme a Linda lavorano anche alcuni ragazzi con disabilità: «Li guardavo all’opera ed ero stupita di quello che sapevano fare, la professionalità che avevano raggiunto, e questo ha fatto crescere in me la voglia di riprovare a mettermi in gioco in quel ruolo, per cui avevo anche studiato».

In Linda è vivo il ricordo dell’esperienza fatta a scuola in Cometa. Lo sguardo dei professori che non l’hanno mai misurata per gli errori o per le sue mancanze: «Anche quando facevo delle stupidate, loro erano lì per aiutarmi a ripartire. Mi hanno sempre trattato come una persona speciale, unica». Quello sguardo che l’ha aiutata nelle difficoltà non l’ha mai abbandonata, nonostante le sue “fughe”. I suoi limiti sono diventati occasione per crescere.

«Con il nuovo lock down sono venuti meno i clienti e abbiamo dovuto reinventarci il lavoro. Cosa non facile. Così è nato il delivery che ci ha dato la possibilità di non fermarci. Ci siamo inventati le colazioni a casa o i cocktail da consegnare. Il lavoro al bar richiede impegno e quando si fanno delle cose nuove il tempo di apprendimento ha sempre delle incognite. Così ho sentito la necessità di essere la prima a imparare bene per poi poter spiegare anche agli altri in modo semplice».

Linda è contenta e si vede dai suoi occhi. Sotto la mascherina si intravvede un sorriso fatto di passione e voglia di crescere anche professionalmente. Non si sente arrivata, le cose da imparare sono sempre tante per questo ha deciso di riprendere in mano i libri e di iniziare a studiare in ambito educativo per formarsi da un punto di vista di capacità di relazione con i ragazzi con cui lavora e per riuscire a condividere e sostenersi nelle fragilità. «La cosa più bella è vedere i nostri clienti sentirsi accolti, perché conosciamo le loro abitudini, li chiamiamo per nome. Del resto io sono stata guardata così, ho trovato qualcuno che mi ha chiamato per nome. Lavorare in questo modo fa ripartire ogni giorno, c’è sempre qualcosa per cui vale la pena rimettersi in gioco».

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