Coronavirus: stiamo davvero tutti per morire? Non è solo questo che importa a noi e non è sicuramente il tema principale dell’articolo. Infatti scriviamo in questo momento, mentre continuiamo a studiare e cerchiamo di affrontare serenamente i compiti e le attività quotidiane, nonostante le notizie che ognun conosce.

Tuttavia viviamo nel mondo, quindi non ci esimeremo dall’analizzare brevemente ciò che succede e dall’adeguarci alle disposizioni date. [….]
Ciò detto, non trascurabile è la psicosi collettiva creatasi in questi giorni: anche di fronte alle dichiarazioni autorevoli degli esperti, sembra che a dominare sia il panico, ma di cosa? Della morte? È forse una tematica nuova? Assolutamente no.

L’uomo ha sempre dovuto fronteggiare la domanda sulla fine della vita, ma mai come di questi tempi si è trovato impotente ed angosciato: la scienza sembra avere soffocato ogni nostra domanda.

Abbiamo milioni di dati a nostra disposizione che in fondo non ci dicono nulla, non ci forniscono risposte. In tal senso abbiamo barattato la realtà con le informazioni: sappiamo molto poco di tutto, ma non sappiamo vivere meglio, perché l’arte di vivere dipende dalla ricerca della verità, non dal numero di informazioni immagazzinate” come perfettamente ha sintetizzato Alessandro D’Avenia in un suo articolo (Elogio dell’estremismo, Corriere della Sera 24 Febbraio 2020). Ancora: “non siamo più capaci […] di un sano rapporto con la morte”, come ha riportato Antonio Scurati sul Corriere (Coronavirus, l’inerzia e l’isteria quando va in pezzi l’idea di modernità, 23 Febbraio 2020).

Appurato ciò, cosa scioglie la paralisi della paura? Cosa c’è oltre il dato, oltre la precauzione e l’allarmismo? Tutti ci troviamo concordi sul fatto che la storia sia una fondamentale maestra: in questo caso ci dice che la malattia ha sempre fatto parte della storia umana e che sono stati trovati antidoti, anticorpi o si è andati incontro alla morte, cosa che rende consapevole l’uomo della sua limitatezza. Sebbene i numeri odierni non siano così allarmanti rispetto a ben più note pandemie come la peste, il pericolo più grande è quello che muoia l’umanità in noi, cioè la coscienza della nostra connaturata finitudine e la condivisione della sofferenza e del dolore che da essa può scaturire.

Ad esempio, nel Medioevo la nascita degli ospedali è stata dettata solo in parte dall’esigenza di guarire i malati; la cura, anche degli incurabili, era attribuita in ragione di qualcosa di più grande a cui i medievali si appoggiavano, che dava un’ipotesi di senso di fronte alla morte. Tale ipotesi permea anche i Promessi Sposi del Manzoni, come emerge “dall’allegrezza” nel curare gli appestati che muoveva i confratelli di Padre Felice Pozzobonelli nel XXXI capitolo, e i cappuccini che Manzoni ritrae indaffarati nel lazzaretto di Milano, o ancora come avviene con Fra’ Cristoforo il quale “prese una gran croce, se la inalberò davanti” e si mise alla testa della processione per i morti (Cap. XXXV). Vi sarebbero tantissimi altri esempi da consultare, come quelli di don Bosco o di Madre Teresa Di Calcutta. Forse oggi si vedono le conseguenze dell’aver accettato, in maniera acritica, il paradigma dell’homo homini lupus, di hobbesiana memoria, come si deduce dalla solitudine e dall’isolamento che tutti patiamo, che si palesano ancora di più in questa occasione.

Pertanto, l’antidoto alle posizioni illustrate è cogliere questa circostanza per prendere una posizione umana personale, senza delegarla alle istituzioni o all’analisi dei dati: innanzitutto lasciandosi interrogare dai fatti e chiedendosi quale sia la propria ipotesi di senso di fronte alla morte ed alla condivisione dei drammi della vita. In altre parole: mentre si esulta per la sospensione delle lezioni e si corre alla ricerca delle mascherine si può anche decidere di affrontare in modo diverso il problema. Se un nostro caro contraesse il virus, come affronteremmo la sua malattia? Adotteremmo solo “misure precauzionali”? Oppure avremmo bisogno di qualcosa d’altro?

 

Maria Chiara, Francesco, Marcela, Giovanni, Antonella, Riccardo
I ragazzi e i docenti della Scuola Oliver Twist