Come ha spesso detto bene il giornalista Umberto Galimbertil’analfabetismo emotivo è un grave sintomo della malattia del nostro tempo, che sta impedendo il formarsi di “mappe emotive” nelle menti – dei giovani in particolare- azzerando così le capacità di percepire il senso dei gesti e il loro valore, in un appiattimento generale.

«L’intelligenza emotiva si apprende»: conosce e fa conoscere. Ma se il intelligenza emotiva si apprende, il luogo emblematico dell’apprendimento che è la scuola dovrebbe occuparsene, e in effetti l’ha sempre fatto, mancando però oggi di intenzionalità e metacognizione adeguate. L’ha sempre fatto attraverso il tesoro della cultura, della letteratura e dell’arte in particolare, che contiene voce, parole che danno nome ed espressione all’esperienza umana e quindi permettono il processo di autoconsapevolezza senza della quale i gesti (anche i gesti “tecnici”) perdono significato e quindi deprivano la persona (il lavoratore futuro) della necessaria comprensione del significato della propria esperienza.

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I vantaggi del Social Emotional Learning

L’approccio del Social Emotional Learning si propone esattamente lo scopo di sviluppare quelle competenze che permettono lo sviluppo delle dimensioni di autoconsapevolezza emotiva e sociale. Esso non si riduce ad un semplice programma o gruppo di lezioni: concerne piuttosto il come l’insegnamento e l’apprendimento avvengono, così come i contenuti di quello che si insegna e dove si impara.

La struttura ampiamente utilizzata del SEL (vedi immagine) identifica cinque competenze chiave, classificate in base contesti (distretti, scuole, aule scolastiche, famiglie e una più ampia comunità) che possono «educare i cuori, ispirare le menti e aiutare gli studenti a navigare nel mondo in modo più efficace».

Le evidenze del metodo

Un insegnamento che includa in modo intenzionale il Social Emotional Learning arriva a risultati di apprendimento della didattica superiori ai soliti. Come mai? Il sentimento è il canale che apre la conoscenza, diversamente da come siamo stati portati a pensare, come se esso fosse d’ostacolo alla “oggettività” degli apprendimenti: l’evidenza sperimentale è che si impara ciò di cui ci si innamora.

Secondo una meta-analisi del 2011 di 213 casi studio che hanno coinvolto più di 270.000 studenti, è risultato come la partecipazione a programmi SEL ha inciso per un guadagno di 11 punti percentuali sul rendimento scolastico degli alunni, rispetto agli studenti che non hanno partecipato ai programmi SEL. Rispetto a questi ultimi, gli studenti che hanno partecipato ai programmi SEL hanno anche mostrato un miglioramento nel comportamento scolastico, una maggiore capacità di gestire lo stress e la depressione e un migliore atteggiamento nei confronti di se stessi, degli altri e della scuola.

Potremmo dire che questo rimane una valutazione interna al mondo della scuola, che non impatta sulla persona a lungo termine per quanto riguarda le competenze o che viene messa in discussione nel drastico cambiamento di situazioni nel passaggio al mondo del lavoro. Secondo un sondaggio del 2013 che ha coinvolto 704 datori di lavoro – condotto da The Chronicle of Higher Education e da American Public Media’s Marketplace – la metà degli intervistati ha dichiarato di aver avuto difficoltà a trovare neolaureati per coprire i posti vacanti nelle loro aziende. Anche se i candidati avevano le capacità tecniche, mancavano la comunicazione, l’adattabilità, il processo decisionale e le capacità di risoluzione dei problemi necessarie per svolgere il lavoro.

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La consapevolezza è il principale aspetto della persona: se gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche, occorre che noi insieme ai giovani “impariamo noi stessi” nella grande tradizione letteraria. Conoscere sé stessi, acquisire un growth mindset, gestire lo stress, ritrovare motivazione, comprendere ed entrare in empatia con gli altri, comunicare e saper ascoltare, ricomporre conflitti, capire il diverso e offrire aiuto, prendersi responsabilità sono esperienze fatte di elementi cognitivi, emozionali e impulsivi, occorre però averne una rappresentazione adeguata alla propria dimensione di esseri consapevoli, in modo che possa avvenire il processo di formazione del senso dell’esperienza.

A questo possono rispondere la letteratura, l’arte, la musica, il teatro. Ciò che la scuola può aggiungere, ed è eminentemente il suo compito, è il cammino di autoconsapevolezza che può avvenire attraverso i testi, per permetterne la comprensione attraverso l’immedesimazione (più che la “spiegazione”) e contemporaneamente permettere il formarsi delle mappe del mondo emotivo e valoriale della persona.

Di seguito alcuni esempi:

  • Narrativa. Quando si legge in classe i ragazzi devono associare il momento della lettura ad un piacere per cui in quell’ora è consentito loro assumere le posizioni che vogliono, portare cuscini e magari uscire in giardino nella bella stagione. Questo, una volta data la motivazione e chiesta la serietà, ha sempre reso l’ora di lettura una delle più attese della settimana, sviluppandosi poi nella forma del Caffè letterario: dal terzo anno, affinate le capacità critiche, alla fine di una lettura personale del romanzo, davanti ad un tè ci si confronta a partire da domande sui risvolti dell’opera, portando la proprie riflessioni.
  • Produzione scritta. Descrizione: si inizia a descrivere andando sul luogo in oggetto o degustando cibi e si compongono schede lessicali inerenti a tutti i cinque sensi.
  • Mitologia: si leggono i miti a partire dall’interrogativo “a quali domande rispondono degli uomini?” e si chiede di inventarne a partire da domande che loro stessi hanno sulla realtà, sentimenti, esperienze che provano.

 

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